Il diritto all’esilio nel mondo romano ovvero come mantenersi sani e belli salvandosi la vita

Nella antica Roma, nella pratica dell’esilio, vediamo applicato l’allontanamento al benessere fisico e psicologico. Siamo abituati a ritenerci in dovere di scappare davanti a ciò che provoca (anche alla lunga) un qualunque disagio psicofisico. Si tratta chiaramente di un meccanismo di sopravvivenza. Un meccanismo che il mondo romano riuscì ad incorporare nel proprio ordinamento giuridico.

Dalle remote fonti possiamo dedurre che l’esilio (la cui etimologia rimanda ai termini latini exsolum, cioè lontano dal suolo, inteso come territorio), prima di divenire una condanna, era una forma di distacco volontario attuata per sfuggire ad una pena. In poche parole ci si poteva allontanare dall’Urbe per non rischiare di finire nei guai, quando la situazione si metteva male. Tant’è che nel diritto romano (e in quello greco) vigeva il cosiddetto ius exilii, cioè il diritto all’esilio, del quale poteva avvantaggiarsi chi fosse in pericolo di vita.

E c’è di più… se l’imputato a pena capitale approfittava del sopra citato diritto, il giudice non poteva fare altro che condannarlo in contumacia. Il problema sorgeva se mai l’esiliato fosse rientrato nel territorio romano: nessuno avrebbe potuto aiutarlo, anzi chiunque avrebbe potuto ucciderlo senza il timore di essere condannato.

Dante in esilio

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