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Il fenomeno del Bullismo - quando stare con gli altri fa male.

Articoli - Articoli Psicologici

Cos’è il bullismo?

Olweus, considerato il pioniere nelle ricerche inerenti a tale oggetto d’indagine, fornisce la seguente definizione (1993): “ uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni negative (“situazioni in cui qualcuno intenzionalmente infligge o tenta di infliggere un’offesa od un disagio ad un altro ”) messe in atto da parte di uno o più compagni”.

Le azioni negative includono contatto fisico, parole, gesti, emissione di suoni o rumori, esclusione intenzionale dal gruppo e lo studente che ne è esposto ha difficoltà a difendere se stesso. Fonzi (1999), in ambito italiano, sosteneva che il fenomeno era il “gioco crudele” che si svolge

durante gli anni dell’infanzia tra chi opprime e chi subisce; oggi il bullismo cambia volto, dimensioni, peculiarità, e diviene una “ crudeltà violenta ” (Fonzi, 2006).

Le prevaricazioni che possono essere inquadrate come bullismo si configurano come:

1. Intenzionali: adottate dal bullo volontariamente e consapevolmente per ledere fisicamente o psicologicamente una persona, per poter controllare gli altri, in assenza di provocazione pregressa;

2. Persistenti: cioè continuate nel tempo e adottate con frequenza, quindi ripetute più volte la settimana. La vittima, pertanto, vive in un clima di terrore, quasi come se si aspettasse ciò che, inesorabilmente, accadrà;

3. Caratterizzate da un’asimmetria di potere e di prestigio: tra il bullo -più forte fisicamente, psicologicamente o sul piano sociale- e la vittima -più debole, scarsamente provvista di capacità di difesa-.

Da cosa nasce il bullismo?

L’individuazione delle cause che concorrono all’emergenza del fenomeno del bullismo non è un’indagine semplice: non si può rintracciare un’unica causa che concorre all’emergere del comportamento prepotente.

1) Fattori di rischio individuali

Taluni tratti temperamentali e la presenza di disturbi diagnosticati, quali Deficit di Attenzione e Iperattività (DDAI), Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP), Disturbo della Condotta (DC) sono individuabili come fattori di rischio nell’assunzione dei ruoli di bullo e vittima.

I soggetti, ad esempio, affetti da DDAI si pongono alla costante ed immediata ricerca di gratificazioni, manifestando un basso autocontrollo ed incapacità a gestire la propria impulsività, il cui esito è l’attuazione di prevaricazioni, nonché l’essere maggiormente vulnerabili all’interno del gruppo, dal quale vengono esclusi, rifiutati, vittimizzati.

2) Fattori di rischio micro – sociali: la famiglia

Nella maggioranza dei casi, i comportamenti di prevaricazione e vittimizzazione nascono e si modellano già all’interno delle mura domestiche. Le caratteristiche individuali interagiscono, quindi, con fattori familiari che incrementerebbero la probabilità per il bambino di divenire bullo o vittima.

Tre macro-fattori causerebbero lo sviluppo di azioni reattive aggressive:

1. l’atteggiamento emotivo dei genitori nei confronti dei bambini, durante l’infanzia degli stessi;

2. la permissività genitoriale nei riguardi dei comportamenti aggressivi manifestati dai bambini;

3. l’uso di metodi assertivi come punizioni fisiche e violente reazioni emotive.

Il basso coinvolgimento affettivo, lo scarso supporto genitoriale, l’inadeguata coesione familiare, la mancanza di interesse nella trasmissione educativa vengono, infatti, considerati come fattori di rischio per il coinvolgimento in episodi di prevaricazione.

Gli studenti identificati come bulli proverrebbero da famiglie in cui vige uno stile autoritario e in cui si prediligono forme punitive di disciplina, mentre le loro vittime sarebbero invischiate in una relazione con genitori altamente intrusivi.

3) Fattori di rischio macro – sociali

L’elemento “ gruppo-classe” influenza in maniera strutturata l’andamento del fenomeno: talune dinamiche psicologiche modulerebbero le condotte dei soggetti coinvolti nell’azione prepotente, quali:

I. processo di contagio sociale: il prevaricatore, tramite la prepotenza agita, viene percepito come forte, un modello desiderabile, in una luce positiva, da osservare ed imitare anche per quei compagni identificabili come non aggressivi.

II. indebolimento del controllo o caduta dei freni inibitori contro le tendenze aggressive: l’osservazione delle prepotenze, e la volontà reciproca di metterle in atto, sarebbe più forte del processo inibitorio che dovrebbe arginarne la comparsa;

III. diffusione di responsabilità : la messa in atto di prepotenza, in quanto condivisa ed agita con

altri, è percepita in maniera meno grave in quanto collettiva e non frutto di una colpa individuale.

Chi è coinvolto nel bullismo?

“Non solo bulli e vittime” sono coinvolti negli episodi di bullismo (Salmivalli, 1999): il bullo perpetra la sua condotta violenta nei confronti della vittima incapace di difendersi di fronte a degli spettatori che, direttamente o indirettamente, assumono un preciso ruolo all’interno della dinamica prepotente . Si avanza l’ipotesi di quattro ulteriori ruoli di partecipazione al bullismo: aiutante del bullo (coadiuva le condotte prepotenti del bullo con una posizione secondaria, si unisce nella prevaricazione dal momento che qualcun altro l’ha iniziata.; durante l’atto bullistico assiste il bullo e trattiene la vittima), sostenitore del bullo (pur non agendo in prima persona attacchi contro la vittima, offrono un feedback positivo al bullo: giunge per osservare ciò che accade, si pone come pubblico osservante e partecipante ridendo, incoraggiando, incitando), difensore della vittima (difende, consola, cerca di far cessare le prepotenze), esterno (apparentemente ininfluente nel processo prepotente, evita ogni tipo di coinvolgimento, rimane fuori dagli episodi, non si schiera, non interviene; la sua apparente ininfluenza è, tuttavia, un chiaro segno di silenzio omertoso).

Le diverse forme di bullismo

Viene attuata una distinzione all’interno della complessità del fenomeno:

· Bullismo diretto: caratterizzato da un relativo attacco aperto nei confronti della vittima che esperisce danno e sofferenza

o fisico: picchiare, spingere, dare calci, pugni, graffi, appropriarsi di oggetti e rovinarli -questa modalità sembra decrescere all’aumentare dell’età-;

o verbale: offendere, prendere in giro, ridicolizzare, deridere, minacciare, insultare, estorcere denaro o beni materiali (si consideri lo sviluppo comunicativo e linguistico e la comprensione del proprio valore intrinseco -forma ravvisabile sia nelle scuole elementari che in quelle medie-);

· Bullismo indiretto: contraddistinto da forme di isolamento sociale e di esclusione intenzionale dal gruppo (escludere dal gruppi dei pari, calunniare, manipolare i rapporti di amicizia). Queste prevaricazioni vengono, altresì, definite come prepotenze relazionali in quanto mirano a danneggiare le relazioni sociali della vittima, il suo status sociale, l’immagine che ha di se stesso. Si tratta di mere strategie di controllo sociale in cui il prepotente induce gli altri ad attaccare la vittima, manipolando le sue relazioni amicali, sminuendola, diffondendo maldicenze, minacciando la sua autostima.